La rabbia nei bambini: una normale, onesta emozione

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La rabbia dei bambini allarma, sorprende, imbarazza, angoscia.
Di fronte ad essa, spesso gli educatori, si trovano a gestire e contenere non solo le reazioni dei bambini ma anche il proprio vissuto di insofferenza, nervosismo, impotenza che l’emozione del bambino può suscitare in loro; in poche parole lo stesso educatore può sentire rabbia rispetto alla situazione che si trova a gestire ma non sapere come utilizzarla, sconfinando a volte in un senso di smarrimento e disorientamento.

La rabbia è una emozione socialmente non tollerata.
“Non è bello arrabbiarsi” , questo è il messaggio implicito che ricevono i bambini di oggi fortemente influenzati da una società che reprime questa emozione e che la trasforma in vergona e senso di colpa.
Molti libri scritti per bambini, dedicati a questo tema, rinforzano questa convinzione che la rabbia è una “brutta” emozione, che spinge ad azioni “cattive”. I bambini imparano così molto presto a mascherare le proprie emozioni e a giudicarne alcune migliori di altre.

Quando nasciamo abbiamo un buon contatto con tutte le emozioni, siamo capaci di esprimerle senza il filtro razionale tipico dell’adulto e di mostrare i nostri bisogni in modo più o meno esplicito.
Può succedere però che questa naturale capacità sia interpretata in modo negativo, richiedendo al bambino un controllo emotivo che non appartiene alla sua età.
Spesso l’adulto di riferimento mette in atto un comportamento quasi automatico, che è quello di bloccare il flusso naturale della rabbia. Quante volte si chiede ai bambini di non piangere, sminuendone il motivo, rimarcando che ormai sono grandi? Quante volte si blocca un bambino che sta esprimendo con forza un suo bisogno, invitandolo ad essere gentile e socialmente adeguato?

La rabbia viene spesso e volentieri definita un “comportamento-problema” da insegnanti, educatori, genitori, portati a pensare che il bambino che la esprime abbia qualcosa dentro di sé che non va. All’interno del sistema scolastico, vengono frequentemente affibbiate etichette che possono diventare l’unico segno distintivo di un bambino agli occhi degli insegnanti e del gruppo dei pari. Gli insegnanti d’altro canto lavorano spesso in contesti in cui non è previsto il supporto attraverso percorsi di supervisione, e la sciati soli, rischiano di perdere una importante occasione per aiutare il bambino e crescere come educatori, entrando in uno spiacevole e doloroso circolo vizioso che alimenta un forte senso di inadeguatezza per entrambi, bambini e adulti.

Questo può succedere perché ancora oggi spesso la scuola privilegia solo un tipo di canale di apprendimento, quello verbale, lineare, sequenziale ed al bambino viene chiesto di adeguarsi. Coloro che utilizzano un altro canale di apprendimento, ad esempio quello cinestetico (la capacità di apprendere facendo qualcosa piuttosto che solo sentendolo o vedendolo) , sono generalmente etichettati come distratti, poco attenti, iperattivi in quanto per questi bambini risulta difficile rispettare le richieste dell’insegnate di stare seduti ad ascoltare in silenzio .
Questi bambini spesso si difendono dal vissuto di non adeguatezza utilizzando le espressioni della rabbia e paradossalmente vanno a rinforzare l’idea che l’insegnante si è costruito su di lui, come di un bambino che ha qualcosa che non va.

Un primo passo per l’insegnate è allora rappresentato dalla possibilità di mettere in discussione le aspettative ideali verso il bambino e riflettere sulle proposte didattiche.
Se esistono tanti tipi di apprendimento, perché focalizzarsi solo su un tipo? Se ogni bambino è unico, perché pretendere che si comportino tutti allo stesso modo? Se nasciamo dotati di tutte le emozioni, perché aspettarsi che si esprimano solo alcune?

Si parla sempre più spesso di educazione alle emozioni nella scuola, ma molte volte si scegliere di utilizzare un linguaggio cognitivo per affrontarla con i bambini, escludendo il canale corporeo e sensoriale. Si spinge il bambino a “capire” l’emozione invece che sentirla.

Queste riflessioni ci spingono a pensare che la figura dell’educatore debba essere sempre più in contatto con il proprio mondo emotivo e del bambino, debba essere portata a cogliere l’importanza della dimensione corporea e sensoriale nell’educazione, e in grado di accogliere la diversità come una risorsa.

Un educatore consapevole accoglie per primo la sua di rabbia ed è quindi in grado di empatizzare e riconoscerla nel bambino, accompagnandolo nel processo di consapevolezza del bisogno che si cela dietro questa emozione. In questa ottica la rabbia diventa una importante energia vitale che, incanalata, rappresenta la spinta necessaria e utile al raggiungimento dei bisogni.

D.ssa Chiara Degli Esposti
D.ssa Ornella Cavalluzzi

 

 


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