Explora: riflessione critica di una gita

Ciao a tutti voi,
dopo essere stati in visita ad Explora con la nostre scuole d’infanzia “Così per Gioco” e “Quelli dell’albero azzurro”,  gruppo B.I.G., vi avevamo promesso, dopo un breve confronto avuto al termine del nostro giro, che vi avremmo scritto, per necessità nostra e per approfondire quanto, in poche righe, nella scheda di valutazione finale, avevamo provato a riassumere.
Il nostro sentire è di profondo sconcerto, di delusione e di rabbia.
Ci chiediamo quale sia la pedagogia, il pensiero pedagogico e relazionale, che sottostà e guida la vostra progettazione e la vostra azione.
Ci chiediamo quale sia la vostra idea di esplorazione e di ricerca, cosa sia per voi l’esperire, il fare esperienza.
Ci chiediamo quale sia la vostra idea di bambino e di educazione, e di gioco.
Noi siamo entrati in una catena di montaggio equiparabile, a nostro dire e sentire, al sistema scolastico odierno. Tutto è strutturato e organizzato a prescindere da chi ci sarà, a prescindere da chi farà il percorso; dato uno stimolo si determina con anticipo l’unico o gli unici risultati ammissibili; imparare equivale a raccogliere e ingurgitare risultati precotti che cortesemente i vecchi sapienti offrono o che qualcuno, i privilegiati, ha l’onore di ripetere scimmiottando un’ ipotetico fare esperienza; si bypassa la relazione e con questa l’unicità e la ricchezza a cui inevitabilmente porta.
Allevamento intensivo.
Chi è il vostro referente?
Chi è il vostro protagonista?
Il bambino no.
No, non può essere, per noi. Ogni attività è stata un grande tradimento nei confronti delle capacità dei bambini. Non hanno potuto fare nulla e per fare non intendiamo certamente il fare per il fare, il prodotto, il produrre, siamo saturi di produzione e sovraproduzione. Per fare intendiamo l’ esserci, l’essere nel fare. In un fare che abbia creato lo spazio per permettere all’ io di prendere spazio. Una struttura che fornisca l’adeguato setting affinché, con stimoli/strumenti pertinenti, funzionali, attivi e aperti, ognuno possa provare, ricercare, addizzionare, sottrarre ed esperire prima EMOTIVAMENTE e EMPATICAMENTE  e poi cognitivamente.
Non era il bambino al centro e non si ha avuto rispetto per lui, per le sue capacità e per la sua modalità di apprendimento.
Scusate ma siamo ancora alla didattica. Alla spiegazione, al porre il bambino in posizione meta, sollecitando un cognitivo che nell’infanzia ha ben ragione di rimanere sopito, mentre le mani e il corpo, in pieno sviluppo e radicamento, si dovrebbero appropriare del mondo e con l’intervento nel mondo, riempire il sè di competenza e autostima.
Apprendere per noi è esserci. E apprendere rispettando tutte le intelligenze e i canali sensoriali. E’ una modalità inferenziale. Vivo, sento, faccio e lì nasce il mio sapere. Provando.
In una vostra formazione, proprio voi, ci avete citato il bambino che impara a camminare… lo fa, per imitazione,  ripetizione ed esperienza.
Invece ci proponete una spiegazione, posso citare qui la spiegazione dei cinque sensi fatta a bambini di tre e quattro anni. I sensi!!! “Bambini cosa sono i cinque sensi? Quali sono?”.
Per poi passare a vivere in maniera “spezzettata” gli organi. Ecco allora comparire la realizzazione di un occhio ingrandito e poi di un orecchio e poi di una mano… ma voi sapete che a tre anni non possono spezzare la parte perché hanno bisogno del contesto, della realtà integrata, della figura chiusa????
e che i bambini, loro in particolar modo, ma noi tutti, abbiamo una percezione sinestesica?
Un altro esempio. La lavagna luminosa. Un’altra spiegazione. E poi la trasparenza, ennesima spiegazione. Potremmo continuare per ogni tappa che ci avete proposto.
La spiegazione è controllo, controllo del risultato, controllo sull’altro e sulle sue modalità di stare nel mondo. Hai capito? Hai imparato?
Lasciamo che dai bambini nascano le domande, le riflessioni, le considerazioni. Con rispetto per i tempi di ciascuno, per ciò che ognuno avverte come bisogno, necessità, urgenza.
Il centro è forse il gioco?
Forse dovremmo confrontarci su cosa intendiamo per gioco ma se è imparare giocando, qui c’è stato un proporre un “imparare ascoltando” o ripetendo.
Tutto strutturato, inflessibile, nel contenuto e nella forma, nello spazio, nel modo di vivere l’esperienza. Si fa così.
Allora pensiamo alle ombre. Torniamo alla lavagna luminosa. Crediamo che sia più interessante creare e giocare con tutta la stanza buia a ballare la nostra ombra, semplicemente vedendo, senza capire, che alle volte è piccola e alle volte è grande. Nel ballare potremmo avere un oggetto trasparente in mano e un oggetto opaco e vedere noi sulle pareti. Invece qualcuno, l’adulto, l’educatore,  poneva gli oggetti su una lavagna luminosa, e chiedeva anche ai bambini di capire cosa stesse succedendo, quali fossero le differenze.  Eppure il momento prima avevate proposto la magia di toccare un’ombra e vederla spostare, allora siate magici e non didattici. La magia ha tempo per essere spiegata. Non nell’infanzia. Nell’infanzia bisogna esperire la magia, l’incanto, la poesia, la fascinazione. Vivere il sogno. Immaginare e narrare. Arriverà verso i sette anni, gli otto, quel bisogno di andare dietro le quinte e capire come si fa.
Il centro è forse la pedagogia?
Si quell’intento c’è ma si è smarrito in una morsa di necessità, frenesia, tempistiche, tappe, produzioni,  che hanno schiacciato il vostro intento e le vostre proposte.
Noi non siamo per il percorso a tappe, per una bulimia da parco divertimenti. Non ti rimane niente addosso, perché niente ti ha attraversato e da niente ti sei lasciato attraversare.
Serve tempo a nostro dire.
Serve potersi abbandonare a una esperienza, forse due.
Ma olistiche, aperte, a officina.
E’ la scuola attiva, la pedagogia attiva. E’ la scuola del fare. E’ Reggio Children, Bruno Munari, Pittarello, Freinet, …
Siete un centro importante.
Avete realizzato quello che era un sogno.
Avete smosso immaginari nuovi.
Ora vi chiediamo di fermarvi e di pensare se voi state scegliendo dove condurre la vostra nave o se è il sistema a portarvi.
Noi siamo qui, disponibili a parlarne, aperti a una tavola rotonda, ad un confronto.

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